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musica pungente

  • michisabatini
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Adele (o almeno così si faceva chiamare sul suo profilo DinDon, anche se all’anagrafe rispondeva ancora al più dimesso Adeletta) aveva sempre avuto un sogno preciso: diventare una cantante. Dacché aveva memoria, aveva sempre cantato: sotto il flusso ininterrotto dell’acqua calda della doccia, in fila alle Poste, durante la spesa, persino nelle note vocali che mandava alle sue amiche. Il problema, come a volte accade ai sognatori, era che il talento non stava al passo con la sua ambizione.

Quando la madre bussava incessantemente alla porta del bagno, nel tentativo di farla smettere, o le amiche ridevano della sua voce, lei le giustificava con un sintetico “non apprezzate il talento vero”, con il piglio eroico di chi non si arrende davanti all’evidenza. Persino l’ex fidanzato aveva smesso di risponderle dopo l’ennesima serenata stonata sotto casa.

Quando poi andò virale un video in cui Lucia, una ragazza della sua scuola, cantava una cover di Another Love, intraprendendo la carriera di influencer cantante su DinDon e Duck.com, Adele venne consumata dall’invidia. Non riusciva a comprendere come quella ragazza dalla voce sgraziata, a detta delle sue amiche dotata di grande talento, potesse diventare più famosa di lei. Fortunatamente, era caratterizzata da un pregio che solo i più grandi sognatori posseggono: la determinazione di credere nel proprio sogno.

Nel momento in cui giunse la notizia dello scoppio del virus, e le norme governative obbligarono i cittadini a rinchiudersi in casa, Adele capì che era arrivato il suo momento: finalmente avrebbe avuto intere giornate per dedicarsi al suo obiettivo. Ogni giorno postò con grande dedizione cover di canzoni più famosi e suoi inediti su tutti i suoi canali social. Aveva persino trovato una vocal coach del Wisconsin che sembrava credere in lei, alla modica cifra di 70 dollari alla settimana, con la quale Adele comunicava con uno sgangherato accento inglese che nel canto sembrava essere ulteriormente marcato.

Parallelamente, poiché l’intera popolazione era rinchiusa in casa a scrollare incessantemente le pagine dei social, la cerchia di persone attorno a lei divenute famose da un giorno all’altro crebbe a dismisura: chi per video di ricette, chi per brevi sketch comici, chi per le proprie doti fisiche o canore. Persino suo zio ottenne il primo centinaio di migliaia di followers in meno di un mese, per via del suo canale in cui mostrava la propria collezione di canne da pesca.

Mentre i casi crescevano a dismisura, e animali appartenenti a ogni specie popolavano i quartieri di tutto il globo, Adele, rinchiusa nella sua stanza a registrare pezzi, sbeffeggiava la potenza del virus con l’autoironia che l’aveva sempre contraddistinta.

«Con la fortuna che mi ritrovo, mi cresceranno le branchie o mi spunteranno i baffi!» scherzò.Il giorno dopo, si svegliò con un ronzio persistente nelle orecchie. Solo che non proveniva dalle orecchie: proveniva da lei. Davanti allo specchio vide qualcosa che nessun vocal coach avrebbe potuto correggere: il suo corpo si stava rimpicciolendo a dismisura, le braccia si facevano sottili e traslucide, le gambe si trasformavano in zampe sottili e nervose.

In pochi minuti, Adele non era più Adele. Era diventata una zanzara.

Dopo il panico iniziale, durato circa cinque minuti e interrotto solo da un disperato tentativo di cantare My Heart Will Go On a otto kilohertz, Adele iniziò a rendersi conto che la sua nuova forma aveva un potenziale. D’altronde, la madre aveva sempre affermato che la sua voce penetrava la pelle e non se ne andava più.

Ben presto la trovò ben più comoda della forma precedente, ergonomica e leggera a tal punto da non rappresentare più un disturbo per la sua famiglia. Erano finalmente terminati i chiassosi pomeriggi del suo starnazzare in cameretta, sostituiti da un lieve ronzio che poteva infastidire solo chi le stesse a pochi centimetri di distanza. L’unica seccatura era l’incessante desiderio di sangue, facilmente risolvibile con una piccola puntura ai vicini di casa o, nella peggiore delle possibilità, ai genitori.

Adele era ormai un vampiro di minuscole dimensioni, capace di intrufolarsi ovunque desiderasse e cantare a squarciagola senza preoccuparsene. Approfittò della didattica a distanza per diminuire ulteriormente il proprio studio, dedicandosi per il resto dell’anno alla sua unica passione. Paradossalmente, ora era in grado di modulare la voce in maniera nettamente migliore rispetto a quando era un’umana: il suono emesso dal suo corpicino non era un semplice, incessante, ronzio. Se si prestava attenzione, si poteva udire, nei suoi movimenti, l’intera scala musicale, in una forma del tutto inedita e per certi aspetti ipnotizzante.

Una volta preso atto di questa sensazionale novità, Adele non perse neanche un attimo: si fece filmare dalla madre mentre intonava una melodia tutta sua e pubblicò il video sul suo profilo DinDon. Non sarebbe stata certo la metamorfosi in un insetto a fermare il lancio della sua carriera da cantante.

Di fatti, furono necessari una manciata di giorni per raggiungere i milioni di visualizzazioni, con centinaia di migliaia di like e commenti di tutti i generi, dai piacevolmente stupiti ai primi haters, fino ad arrivare ai fan sfegatati. Alla giovane cantante zanzara importava soltanto raggiungere la notorietà, senza distinzione tra commenti negativi e positivi.

«L’importante è che se ne parli, non esiste cattiva pubblicità» era diventato il suo motto.

Il noto speaker radiofonico di una delle radio più ascoltate del Paese, il cui nome era il medesimo di quello della forma di Adele, la invitò con l’obiettivo di screditarla e tornare ad essere la prima Zanzara nella classifica degli ascolti italiani. Per assurdo, il ronzio incessante e visibilmente piccato della ragazza fece impazzire i fan della trasmissione radiofonica, abituati alle interviste degli individui più stravaganti, finendo per accrescere ulteriormente la sua fama.

Con i primi like vennero i followers, poi le condivisioni, gli elogi delle influencer, le ospitate nelle radio, e in pochi mesi Adele firmò il suo primo contratto con una casa discografica: tre album e tre tour nazionali nel giro di cinque anni, sotto il nome d’arte di Zzzadele (il suo nome originale era già stato sottoposto al dominio del copyright di un’altra nota cantante, a detta di Adele priva di talento canoro).  Perfino Rolling Stone Italia la definì “la nuova frontiera del suono post-umano”.

Molti, soprattutto tra il pubblico più adulto, continuavano a definirsi scettici di fronte a questo fenomeno.

«Ai miei tempi la musica era ben altra, non questa spazzatura che si ascoltano i giovani» dicevano i genitori, gli zii e i nonni di gran parte degli italiani.

«Non capisci niente, boomer» era la risposta più comune dei figli e dei nipoti.

Dopo la scomparsa degli strumenti musicali, l’avvento della musica elettronica e dei sintetizzatori vocali, la musica si era evoluta in qualcosa di ancor più unico, tornando a una forma primordiale, quella della voce, sebbene non più umana. Che poi, ad averlo rivelato al mondo fosse uno degli animali indiscutibilmente più fastidiosi, rappresentava un paradosso difficilmente spiegabile, segno della spiccata ironia di cui è dotato il destino.

«Bisogna stare al passo coi tempi» aveva detto sogghignando il visionario presidente della casa discografica per cui lavorava Adele, mentre lei firmava il contratto con tre grandi ZZZ con il suo pungiglione insanguinato.

Il suo primo singolo, Z Music, scalò le classifiche in meno di ventiquattr’ore. Seguì l’album Musica pungente, un successo tale che il sito delle prenotazioni per il tour andò in tilt pochi secondi dopo l’apertura delle vendite. Coincidendo con la fine della quarantena, il fenomeno Zzzadele divenne il simbolo della ritrovata libertà: le persone, reduci da mesi di silenzio e clausura, avevano una fame disperata di vita, rumore e contatto umano.

Il tour partì dai club più esclusivi, per poi espandersi, come un’epidemia di entusiasmo, negli stadi di tutta Europa. Era uno spettacolo surreale: arene progettate per giganti della musica ora venivano riempite da decine di migliaia di persone accorse solo per ascoltare un minuscolo punto nero che ronzava dentro un microfono ad altissima sensibilità. Orde di fan si presentavano ai cancelli con zampironi spenti e portati al collo come talismani, ormai divenuti il simbolo della cantante.

Adele, la zanzara, era finalmente una star. Il sogno di una vita era compiuto: non solo cantava per il mondo, ma il mondo intero la ascoltava. Persino Lucia, la sua vecchia nemesi, si affrettò a cavalcare l'onda del successo, pubblicando un libro intitolato Storia di un’amicizia: dai banchi di scuola ai palchi di tutto il mondo, un bestseller istantaneo che scalò le classifiche dei libri di influencer, grazie a una prefazione piena di finta nostalgia. Adele non si curò neppure di smentirla: per lei ormai contava solo quella massa umana che, ogni sera, si scatenava al ritmo delle sue melodie.

Il successo, però, ha sempre un prezzo, e per Adele quel prezzo era un’ironica condanna biologica: più la sua fama cresceva, più il suo corpo esigeva il tributo per sostenere lo sforzo di quegli incredibili acuti a otto kilohertz. Firmare quel contratto con il sangue (letteralmente) non era stato solo un gesto simbolico, quanto piuttosto l'inizio di una fame che nessuna classifica di vendita poteva placare.

Durante la preparazione del tour mondiale, non era più la ragazzina che si accontentava di una manciata di like e una puntura distratta ai vicini per placare la sua fama. Ora era una diva, e come ogni diva, esigeva il meglio.

Durante la data zero del tour mondiale a Milano, l’arena era una distesa di schermi accesi e calore umano, un buffet a perdita d’occhio che avrebbe fatto girare la testa a qualunque insetto, figuriamoci a una popstar affamata di gloria e globuli rossi. Mentre le casse diffondevano il ritmo ipnotico delle sue più grandi hit, attratta dal calore dei riflettori e dall'anidride carbonica sprigionata da ventimila polmoni adoranti, Adele perse la bussola professionale. L'istinto della specie prevalse sull'ego della popstar.

Dimenticò i consigli della sua vocal coach del Wisconsin, che via Zoom l'aveva avvertita di non avvicinarsi troppo alle fonti di calore artificiale. Sospinta dal boato dei fan, Adele decise di compiere il gesto estremo, lo stage diving definitivo: un volo radente sopra le prime file per sentire, sulla pelle millimetrica, il calore del suo pubblico.

Fu allora che un braccio si alzò dalla transenna. Era un fan della prima ora, un ragazzo con il volto rigato dalle lacrime e una mano armata di racchetta elettrica giallo fluo, portata per gioco come fosse un gadget luminoso del tour.

Non fu cattiveria, ma il peso di millenni di evoluzione umana concentrati in un unico, rapido riflesso. Un colpo secco. Una scintilla bluastra che squarciò il buio dell'arena. Un crack amplificato dai microfoni ambientali che risuonò come un colpo di rullante fuori tempo.

Per un istante, il pubblico rimase sospeso: pensavano a un finale d'avanguardia, un effetto speciale voluto per sottolineare la natura elettrica della musica post-umana. Ma quando il corpicino di Adele precipitò in mezzo al suo pubblico, il silenzio che seguì fu più assordante di qualsiasi ronzio.

Il presidente della label, osservando la scena dai monitor del backstage, non versò una lacrima. Si limitò a sorridere, sussurrando tra sé e sé: «È perfetto, il martirio vende il triplo del talento.»

Nel giro di un'ora, il video della "folgorante" dipartita divenne il contenuto più visto nella storia di DinDon. Lucia, la sua vecchia rivale, pubblicò immediatamente un video di dieci minuti in cui piangeva davanti alla telecamera, annunciando un capitolo extra del suo libro, presente nella nuova ristampa.

Le ultime frequenze emesse da Adele prima del corto circuito vennero isolate e trasformate nel singolo postumo The Final Buzz. Il brano, un loop ipnotico di scariche elettriche e battiti d'ali interrotti, divenne l'inno di una generazione che non cercava più la melodia, ma la vibrazione pura del destino.

Oggi, nelle afose notti d'estate, quando il ronzio di una zanzara interrompe il sonno degli esseri umani, nessuno cerca più lo zampirone, assonnato e infastidito. I giovani restano immobili, tendono l'orecchio verso il buio e, con un sorriso malinconico, pensano a lei.

«È Adele. Sta ancora cercando la nota perfetta».

 

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